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  • I racconti vincitori

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    GLI INCIPIT DEI RACCONTI VINCITORI DEL CONCORSO

    I Edizione

    MADRE PICCOLA
    Ubah A. Ali Farah
    Somalia
    Primo premio

    Habaryar, Nuura non è potuta venire personalmente. Ha detto a me di venire qui, alla stazione, al posto suo. Mi ha detto “Vai e portale questo pacco, la ragazza sta andando a Londra e magari le capita di vedere mia figlia”. Allora io sono qui per consegnarti questo pacco, perché Nuura ha saputo che sua figlia ha partorito e vuole mandare un dono per la nipotina. Quando arrivi a Londra vai da tua cugina e dille che sua madre le ha mandato questo. Oggi Nuura non poteva venire, perché pulendo le scale le si è storta la caviglia e ora non riesce neanche a camminare. Vedi come è il destino.

    NEL REGNO DELLA SFORTUNATA
    Hu?nh Ng?c Nga e Sandra Scagliotti
    Vietnam/Italia
    Secondo premio

    “Ancora, pesta ancora, coraggio!”, ammonì Bích V??ng con aria severa.
    “Non vedi che è già fine come polvere?” – Teresa che pestava il sesamo abbrustolito, sbuffò; accese una sigaretta e guardò fuori dalla finestra.
    “Per la tua pigrizia stasera vi sarà incetta di stuzzicadenti.”
    “E allora? – replicò Teresa che voleva sempre avere l’ultima parola – gli stuzzicadenti sono profumati alla cannella e ciò gioverà”.
    Bích V??ng continuava la sua minuziosa opera: tagliava velocemente, con assoluta perizia. La mortadella era ormai un insieme di tonde e rosee fette, il peperone rosso era ridotto a corpose listelle e il cetriolo formava un ammasso di cubetti color pastello.
    Un timido raggio di sole illuminò il fornello su cui bolliva il brodo per la zuppa.
    “Abbassa un po’ il fuoco e, già che ci sei, passami un ciuffo di coriandolo”.

    IL MORBO
    Laila Wadia
    India
    Terzo premio

    “Signora Singh, credo che suo figlio soffra di dislessia,” annunciò la maestra di prima elementare.
    Chandra guardò la donna con due occhi pieni di terrore. Poi si girò a scrutare suo figlio intento a sgranocchiare una barretta di Twix.
    “E’ malato?” chiese con voce tremolante.
    La maestra annuì. “Tanti bambini, anche quelli italiani, hanno questo problema. Ma si può curare.”
    Nel suo italiano stentato, Chandra ringraziò l’insegnante e s’incamminò lentamente verso la fermata dell’autobus con il piccolo di sei anni che si trascinava dietro a lei. Lo zaino blu con l’enorme figura di Spiderman che stringeva nella mano destra, non riuscì a bilanciare la pesantezza che sentì nel cuore.

    QUELLA CITTA’
    Michela Mannoni
    Nazionalità Italiana
    Premio Speciale Sezione Donne Italiane

    Di quella città ricordo il rumore forte. La sera, esausta e piena di odori di cucina nei capelli, mi sdraiavo sotto le coperte pruriginose e pesanti e cercavo di non pensare a nulla, aspettavo solo il sonno e la città con le sue macchine, le sue sirene e le sue voci mi richiamava sempre ai miei pensieri. Anche la zona della città dove abitava Ana era così, ma lei era molto più stanca di me per poter essere scrollata dalla sua fatica.
    Le nostre città di origine erano distanti da quella metropoli che ci inghiottiva e lontanissime centinaia di chilometri fra loro, ma avevano in comune il silenzio della sera, perché nessuno aveva ragione di camminare e parlare nel cuore della notte e correre veloce con la macchina lungo le strade di una città che si sarebbe potuta percorrere in bicicletta in una mezz’ora. E allora, nel rumore di quelle notti, io cercavo di non pensare al mio paesino toscano verde di campi e alberi ma alla città della Romania di Ana di cui non sapevo nemmeno il nome ma quando le chiedevo di parlarmene lei diceva, tra i vortici di fumo delle nostre sigarette “Dracùla! Dracùla!” e ridevamo di gusto pensando al vampiri della Transilvania e al suo mimarli con la cappina da cuoca.

    II Edizione

    PAZIENZA
    Rosana Crispim da Costa
    Brasile
    Primo premio

    “Pedrooo! Venha aqui menino! Venha arrumar esses brinquedos!”.
    “Mamma arrivo. Sto giocando con le lumache”.
    “Deixa esse bicho nojento aí e venha aqui agora”.
    “Ma mamma!  Ho appena raccolto le ortiche per dar loro da mangiare”.
    “Não discute. Venha arrumar essa bagunça e pronto”.
    “Uffa!! Ho fatto tanta fatica per trovare le lumache. Adesso sicuramente scappano. La mamma è così impaziente! Vuole tutto subito”.

    IL VIAGGIO
    Loredana Pislaru
    Romania
    Secondo premio

    Il mio nome è Loredana.  Sono nata a Bacàu, in Romania, nel 1977.  Quando ero a scuola, in prima elementare, la mia maestra si chiamava Lupu;  era una donna un po’ anziana e molto severa.  Però si poteva comprare facilmente:  bastava una cassetta di mele o un litro di panna, un po’ di formaggio, per avere dei buoni voti a scuola. Ho abitato in città fino all’età di quindici anni.  Poi il mio babbo ha cominciato a costruire una casa in un paese che si chiamava Traian.  Lì abitavano i suoi genitori.  La mia mamma all’inizio non era d’accordo perchè era molto malata.  Soffriva di depressione.  Era arrivata a pesare quaranta chili.  A quel tempo chi soffriva di depressione era considerato matto e i dottori avevano consigliato il mio babbo di ricoverarla in un ospizio.  Lui si rifiutò e la tenne a casa.  Avevo una sorella e un fratello più piccoli di me e siccome la mamma stava male ero io a pensare a loro.

    DOCUMENTI
    Gabriella Kuruvilla
    India
    Terzo premio

    La cucina piena di elettrodomestici, cassetti, ante, ripiani, pentole, stoviglie, posate, cibi, bevande e spezie è esattamente com’era, mentre tu con il grembiule bianco calato sul corpo nero, ascoltando Bob Dylan e ballando sulla musica, cucinavi, apparecchiavi, sparecchiavi, pulivi e riordinavi. Dicevi: “E’ pronto: a tavola”, e noi quattro figli abbandonavamo le nostre occupazioni, entravamo nel tuo regno e ci buttavamo sui tuoi piatti, considerandoli sempre i migliori. Il tuo risotto alla milanese era ottimo, perfetto: mai crudo e mai scotto. Semplicemente perfetto. Adesso la cucina è esattamente com’era quando c’eri, solo che sembra una fotografia. La fotografia di un paesaggio immobile, senza odori, in cui manca il soggetto vivo. Tu, mio padre. Ci entro, provo a toccare degli arredi e a muovere degli oggetti. Provo a essere te, a farti rivivere nei miei gesti.

    ANCORA UN PO’ DI TEMPO
    Giovanna Pini
    Premio speciale Sezione donne italiane

    Il sole è quasi tramontato, Yasmin corre su veloce per le scale. L’ascensore è rotto sei giorni sì e uno no. E quel cartello guasto ormai è diventato un’abitudine.
    Yasmin abita al quinto piano, un appartamento in affitto, modesto, pulito, troppo piccolo per viverci in sette. Sul campanello c’è scritto Taha, in corsivo sotto Ahmed.
    Con il respiro affannato Yasmin divora gradino dopo gradino. È stanca, la fame e la sete sono insopportabili ormai. Il mese di Ramadan è una prova difficile per ogni musulmano. Non vuole fare tardi, sa che a casa la stanno aspettando per iniziare la colazione. E i tram in città vanno sempre troppo lenti.

    III Edizione

    FPS 25
    Claudiléia Lemes Dias
    Brasile
    Primo premio

    C’era una volta una spiaggia di sabbia rosa, così surreale come la storia che mi appresto a raccontarvi. Non vi nego che la mia deontologica morale mi impedisce di rivelarvi la latitudine e longitudine dove questo buffo episodio si svolse, non solo per proteggere l’identità dei personaggi coinvolti, ma anche per celare quel pezzo di paradiso dove, in una mattina di settembre, un intrepido barcone attraccò, con un totale di venti marinai ritinti.
    Le loro iridi erano di un nero così profondo che avrebbero amareggiato chiunque si fosse avventurato a sostenere la malinconia di quegli sguardi. Un colpo d’occhio sarebbe stato sufficiente a far cadere anche voi nell’abisso della consapevolezza, da dove neanche la speranza, cosciente improvvisamente di tanta intrisa ingiustizia, avrebbe mai potuto salvarsi.
    La prima a scendere dal barcone fu un’anziana signora. Portava il peso dei suoi cinque gradi di miopia assieme ad una croce Copta pendente dal lungo collo, simile a quello delle muse un po’ scurite di Modigliani.

    GOCCE DI RICORDI
    Fatima Ahmed
    Cambogia
    Secondo premio

    Ho sempre amato il rumore della pioggia: che sia sul tetto della casa, sull’asfalto, sui bidoni di latta allineati nel cortile, oppure semplicemente sulla punta dei piedi nei giardini pubblici.
    E’ domenica mattina, e piove. Sono svegliata dal rumore assordante delle gocce sul tetto; trovo un grande piacere nel poter tirare su le coperte morbide fino al collo e guardare scorrere le gocce a rivoli sui vetri della finestra.
    Avvolta nelle lenzuola mi sento protetta, nel minuscolo abbaino in cima ad un palazzo di dieci piani. Io che ho passato l’infanzia su una casa a palafitta, dove le gocce di pioggia e l’acqua del fiume si confondevano, durante la stagione delle piogge, e dove bastava sporgersi dalla finestra per poter vedere l’acqua tumultuosa, color fango, del fiume che si scatenava sotto il nostro pavimento. Al decimo piano tutto appare lontano, inafferrabile, è una dimensione nuova che mi inquieta non poco.

    NANÀ
    Herrety Kessiwaah
    Ghana
    Terzo premio

    Voglio, mi piace, sogno un mondo fatto di allegria. Amo essere allegra, sono Nanà, Herrety, Kessiwaah e molto altro. Sono il Ghana, sono di Kumasi, sono i miei quarant’anni sono i miei cinque figli. Adoro la musica, la vita, il canto.
    Bambini per me, alberi e foreste, libertà di essere.
    Sono i colori della mia bandiera, sono una Ashanti.
    Il mio stool è bellissimo, è fatto con legno di  un albero, mi ci sono seduta diverse volte, crescendo. E’ un sedile bianco e sacro. Il Ghana… Il Ghana è per me la mamma, la terra che accoglie, che nutre. E’ una terra ricca e fertile. E’ una terra magica. Si respira la natura, e le cose belle che Dio ha creato. Alberi, uomini, animali tutti insieme, caffè, mango, ferro. I bianchi nelle nostre terre si sono arricchiti. Amo viaggiare, i ghanesi amano viaggiare. C’è un re per ogni villaggio. Quando muore un re lo si ricopre d’oro e resta seduto sul suo stool. Amo questa cultura del rispetto.

    SCINTILLE COLORATE
    Francesca Mautino
    Italia
    Premio Sezione Speciale Donne Italiane

    Le città sono fatte di abitudini calpestate da passi veloci e sguardi che si negano. Ogni corpo è impegnato in un’elaborata danza di sottrazione da altri corpi e gli occhi scrutano sempre il basso, come qualcuno che abbia perso qualcosa di importante e trascorra l’intera vita nel tentativo di ritrovarla. Ogni tanto, ma solo in rare occasioni, alzo lo sguardo e osservo le persone, un particolare, un gesto, o il titolo del libro che stanno leggendo sull’autobus, per sapere in quale storia sono così immerse, da dimenticare che sono circondate da storie che camminano. E mi piace guardare il sorriso delle ragazze quando, le cuffie nelle orecchie, ascoltano proprio quella canzone, quella che fa pensare loro all’amore e alla possibilità che esista davvero, o i loro occhi, quando si coprono di una luce violacea, e allora capisco che loro lo sanno già, sanno che il tempo dell’amore è passato e non c’è possibilità che ritorni, perché hanno deciso di non volerne più.
    Una sera, nella metropolitana, vidi una donna piangere.

    BARACCA E BURATTINI
    Sueli Valentim Vianna
    Brasile
    Premio Giuria Popolare

    Naturalmente arrivo in ritardo, non trovo subito parcheggio e ho pure il dubbio sul vestito che indosso. In più non conosco nessuno. Dovevo proprio essere al limite della pazzia quando mi sono iscritta al club.  Infatti lo ero.
    Troppo tardi per fare marcia indietro, un bel respiro, coraggio!
    Mi scruto ancora una volta: ho scelto un vestito nero e sobrio, voglio assolutamente dimostrare  i miei quarantatre anni.
    All’ingresso chiedo informazioni ed entro. Vedo un angolo riservato con dei tavoli messi a ferro di cavallo, ci saranno almeno cinquanta persone.
    Mi viene incontro l’organizzatrice. Non essendomi iscritta a Torino non la conosco, mi presento e  chiedo scusa per il ritardo.
    Mi fa sedere nell’unico posto libero, mi guardo intorno, donne e… bambini. Scherzo, sono soltanto troppo giovani per i miei gusti, li saluto, mi presento e cerco di cominciare a chiacchierare.
    Per fortuna il ragazzo che è di fronte a me è un tipo simpatico e noto che è al centro del gruppetto che si è formato in quell’estremità.

    EX YU
    Milena Jankovic
    Serbia
    Premio speciale Rotary Club Mole Antonelliana

    “Ex Yu” è una specie di epiteto usato molto spesso per descrivere tutto quello che aveva ed ha ancora a che fare con la Yugoslavia “che era una volta”, col paese in cui abitavo io quando ero piccola. Questa etichetta si applica alla musica dell’epoca, ai film, alla corrente di pensiero, agli stipendi di allora, all’architettura, alla politica, all’unico sistema economico nel mondo (cosiddetta “autogestione”), alla natura intatta, ai milioni di turisti… a tutto quello che fa l’immagine di un paese. Dunque, quando ero piccola tutto era etichettato con “Ex Yu”, tutto era finto, ma tutto funzionava bene, almeno per quelli che guardavano con disprezzo il capitalismo. La chiesa non c’era e in quel senso eravamo, direi, beati. I soldi c’erano sempre e dappertutto, normalmente tutti avevano lavoro, e tutti i tipi di assistenza sanitaria, sociale, etc. Le scuole erano buone, si imparava il russo, ma anche il tedesco, era importante sapere tutte e due le lingue: quella dei nostri amici, e quella dei nostri nemici. Si ascoltava tutta la musica che arrivava da fuori, ma esisteva anche la scena “Yu”, ed era bella e ricca. I film erano divertenti, molto umorismo, molte cazzate per distrarsi. La squadra nazionale di calcio era composta da quindici etnie diverse, ma si cantava l’inno chiaro e forte con la mano sul cuore.

    IV Edizione

    FRATELLO SOLE, SORELLA LUNA
    Alketa Kosova
    Albania
    Primo premio

    Mastico terriccio e sangue. Inconsapevolmente ripeto quel movimento rotatorio per pulire la bocca. Faccio per sputare, ma non ho la forza. Allora sto qui sdraiata e immobile dove finisce l’asfalto e comincia la terra asciutta, diventata quasi polvere e sassolini di diverse misure, non dal caldo, ma dal freddo arido senza un gocciolo di pioggia. E’ gennaio pieno. Più in là ancora le radici secche dell’erba e rialzamenti goffi e spontanei della terra ancora non lavorata o seminata. Dalla parte opposta della superstrada ci sono invece dei rialzamenti strani che sembrano dei funghi dalle luci accese.
    Sento addosso delle briciole di asfalto che le gomme di una macchina parcheggiata proprio vicino a me, stacca spingendosi ad una corsa veloce. Mi hanno fatta scendere da lì.
    Sono bagnata e tremo. I capelli gocciolano sul viso acqua e giaccio. Ho la gonna corta e strappata, le calze nere rotte e con dei buchi dalle sigarette spente sulle cosce. La borsa con le mie cose sparse per la strada e un rossetto che rotola verso di me.  La gamba destra è avvolta da un liquido denso. Non la sento. Da lontano delle sirene. Svengo.

    IL SOGNO DI MARJA
    Marja Sabadini
    Vietnam
    Secondo premio

    Chiudo gli occhi e sento le esplosioni, le sirene, l’avvicinarsi del pericolo. Vedo i bagliori delle granate e capisco le distanze dell’attacco, della fuga. Come quando ero bambina la paura mi sorprende quasi ogni notte, riducendomi a lottare per rinviare i sogni, per prendermi una tregua. Attendo, oggi come allora, che la stanchezza scenda per poter sprofondare nel sonno turbato: una altalena di sogni e dormiveglia, sapendo che gli incubi sono pronti ad animarsi nel brutto film di sempre, dove scappo con la mia famiglia. La pellicola è violenta, piena di mostri che devastano la mia terra, la mia gente, il mio essere bambina, iniettando dentro di me un dolore che non sparirà mai. Vorrei fare un clic sul file del Vietnam 1970 e cancellare gli odori della paura, del sudore, degli escrementi, della guerra.
    Cancellare la mia memoria che non tace mai, specialmente ora che ho l’urgenza di scrivere. DEVO scrivere di quegli anni, di quello che ricordo e che è storia da tramandare alle mie figlie. La mia eredità senza dote, unico scrigno della mia vita.

    COME L’EDERA
    Gordana Grubac
    Serbia
    Terzo premio

    I raggi deboli del sole di ottobre accarezzano dolcemente il foglio che ho in mano: il certificato di cittadinanza italiana. Sono appena uscita dal Comune dopo aver fatto il giuramento. Mi sento alleggerita da un enorme peso, ma stranamente non sono felice come mi aspettavo. Mi mancheranno le file interminabili della Questura, con quella gente avevo qualcosa in comune, i nostri destini per un momento si erano sfiorati. Senza accorgermene il gomitolo dei miei ricordi comincia a srotolarsi.
    Era mezzogiorno di una fredda giornata di ottobre quando partii. Vedendo il treno un dolore intercostale mi contorse i muscoli del viso, si consumò come un fulmine lasciando un vuoto tra la gola e lo stomaco. Era un pezzo della mia terra che si era staccato dal mio petto e mi stava puntando gli occhi alle spalle con una forza magnetica che cercava di ostacolarmi. Il fischio della locomotiva prevalse ed io mi resi conto che il treno Belgrado – Venezia era già partito da un po’ ed io stavo finalmente andando verso la nuova vita che avevo sempre desiderato.
    Mi voltavo indietro cercando di assorbire con gli occhi il più possibile, di impregnarmi l’anima di quell’aria che aveva l’odore di legna bruciata. Il treno passava dalla Croazia e dalla Slovenia e fermava ad ogni palo della luce. Strisciava pigro sulle rotaie arrugginite come un rettile invecchiato; a lui sembrava non importasse di andarsene.

    LA DOMANDA DI UNA BAMBINA
    Alessia Femiani
    Italia
    Premio Speciale Sezione Donne Italiane

    Ripensandoci ora, dopo molto tempo, trovo sorprendente quanto una semplice domanda, pronunciata dalle piccole labbra innocenti e spensierate di una bambina, possa sconvolgere tanto una persona adulta.
    Avevo nove anni quando, in un assolato pomeriggio di fine novembre, compresi il significato di una parola che per un giorno intero avevo ripetuto, bisbigliato e canticchiato ignorandone il contenuto: amaro e stridente come il rumore delle catene scosse nell’oscurità di una cella.
    La parola di cui scoprii il significato si chiama infibulazione.
    Avevo imparato questo termine da Jasmin, una mia compagna di classe, che mi aveva confidato la sua imminente partenza per l’Africa.
    “Una volta arrivati” aveva detto tutta emozionata “andremo a visitare il paese dove è nata mia madre e li mi faranno l’infibulazione”.

    KURT
    Ruth Segitz
    Germania
    Premio Speciale Rotary Club Torino Mole Antonelliana

    Era successo in quinta elementare, quando David nostro figlio di dieci anni, tornava da scuola del tutto sconvolto. Entrato in casa, rifiutava il solito bacio di benvenuto senza rivolgermi la parola. Durante il pranzo scoppiò in lacrime e disse:
    “Perche l’avete uccisa?”
    “Chi?”.  “Come?” risposi.
    “Anna Frank!”.  
    “Sì, voi tedeschi!”
    Ero scioccata. Non era il nostro ragazzo di sempre, che era uscito da casa quella mattina in cui tutto procedeva come il solito. Erano quasi le otto e con qualche minuto di ritardo, David scendeva le scale cantando, la camicia sbottonata, le scarpe ancora in mano e lo zaino su una spalla. In sala da pranzo erano già pronte le briosce e la cioccolata calda.  Sul banco della cucina era appoggiato “Il Diario di Anna Frank”, che David doveva procurarsi da qualche giorno per le lezioni di storia.

    TABBOULE’ – UNA NUOVA RICETTA PER L’INTEGRAZIONE
    Lydia Keklikian
    Libano
    Premio Speciale Slow Food – Terra Madre

    Da Beirut una ricetta che stuzzica non solo l’appetito, ma anche la vita complessa del nostro paese.
    Tabboulé e integrazione sono cose diverse, ma simili al tempo stesso.
    Diverse perché il primo è un piatto mediterraneo composto di diversi ingredienti che si prepara per un pranzo festoso, favorendo l’incontro tra persone o famiglie, viene presentato nei momenti di festa in occasione di un matrimonio o di semplice  convivialità.
    Il tabboulè è il primo piatto che si porta a tavola e si offre ai commensali per cominciare il pranzo.
    L’integrazione a sua volta è una realtà composita per i vari elementi che la costituiscono. Richiama l’idea di una pluralità di culture diverse, la presenza di persone differenti per etnia, religione e cultura in un determinato contesto sociale. È colorata come il tabboulé, in quanto coinvolge nel processo persone diverse disponibili a percorrere una strada nuova che conduce a vivere insieme.

    FIOCCHI DI NEVE
    Sarah Zuhra Lukanic
    Premio Speciale Torino Film Festival

     L’abbraccio di mia madre mi era rimasto addosso come un nastro di convivenza quotidiana che porto appresso. La voce del male. L’abbraccio di mia madre. L’ultimo.
     Mi ricordo che una mattina era tornata dal lavoro dai Cantieri. Respirava a fatica. No, non è niente. Aveva detto. Poi si è accasciata sul divano del nostro salotto, dove era rimasta in agonia per otto mesi. Lunghi, lunghissimi. Dolorosi, dolorosissimi.
    Io avevo paura fin dal primo momento. Per il terrore scappavo sul Carso. Da lì guardavo i cantieri dall’alto. Da lì mi sembravano più piccoli. Parevano così incolpevoli. Portavo il cannocchiale che trafugavo dall’armadietto di papà. Mamma non mi vietava più di aprirlo. Mamma non si accorgeva che lo portavo fuori casa. Mamma non si accorgeva più di nulla. Si spegneva piano piano. Si spegneva veloce veloce.

    V edizione

    IL LUOGO DEI CONFINI
    Kamela Guza
    Albania
    Primo Premio

    La strada era asciutta. L’aria bagnata. Il cielo ancora scuro in attesa dell’ingresso del sole. Il treno per Treviso partiva alle 6.30. Era una di quelle giornate che si sa come inizieranno già la sera prima, con tutti i dettagli chiari nell’immaginazione, ma che non si sa come possono evolversi nel tempo. Tutto era formato nella mente: alzarsi alle 05.45, evitando di dedicare anche il minimo pensiero al proposito; buttare un libro nella borsa, uno a caso; prendere l’autobus numero 31 o 32 per andare alla stazione; aspettare il treno delle 06.30; scendere a Treviso Centrale; imboccare la strada per la questura lasciandosi alle spalle le mura della città di mattoni rossi e la domanda “chissà dove vanno a finire?”; arrivare a destinazione dopo aver vissuto il silenzio rumoroso della prima mattina in città.

    ROSSO E GRIGIO
    Leila Mirkamali
    Iran
    Secondo Premio

    Il teatro era proprio al centro della città. Davanti al palazzo principale del governo. Tutti i potenti erano già lì. La città era bloccata dalle macchine dei politici: era un giorno nel quale si decidevano tante cose per noi, noi popolo…
    Il mio amico mi aveva raccomandato di essere lì prima dell’inizio dello spettacolo, dovevo incontrare il direttore della sala e soprattutto dovevo essere vivace, bella, anzi bellissima.
    Stavo cercando lavoro. Forse questa poteva essere la volta buona per me, un’occasione per riuscire magari a trovare un lavoro.
    Era pomeriggio. Si stava esibendo un gruppo comico che dicevano aver avuto molto successo. Era da tanto tempo che nella nostra città non si stava in allegria.
    Avevo messo una gonna corta, dei tacchi alti e del trucco, tanto trucco. Una maglietta sottile che risaltava le curve dei miei seni. Prima di uscire di casa, mi guardai allo specchio. Ero bella. Una soddisfazione tutta femminile.

    FLORENCE E IL SUO MONDO PARALLELO
    Monica Vodarich
    Croazia
    Terzo Premio

    Sono Florence e ho ventidue anni, sono viva ma non esisto, ho un padre e una madre ma sono sola al mondo, ho cinque fratelli ma nessuno da abbracciare, sono una ragazza innamorata ma da un anno nessuno sfiora il mio corpo, ho un sacco di cose da dire, di sogni da inseguire, di desideri da esaudire.
    Sono la protagonista di un mondo parallelo, vivo nel limbo, galleggio in un mare salato, con le mani e i piedi divaricati, crocifissa, inchiodata a un’esistenza triste e silenziosa.
    Mi nascondo.
    Sono invisibile.
    Sono clandestina.
    Detta così non sembra terribile, la clandestinità in fondo è una condizione comune a milioni di individui in ogni parte del mondo, è solo un modo di dire, e se rimanesse tale non farebbe tanto male. Ma, purtroppo, diventa anche un modo di essere, ti penetra nelle ossa, ti cambia i lineamenti, ti corrode la pancia al punto da rendere possibile che qualcuno ti guardi attraverso e tu diventi invisibile.

    PIATTO UNICO
    Marina Crespo
    Italia
    Premio sezione speciale Donne Italiane

    Yewande era entrata alla prima fermata, Anna alla seconda, Tagliabue alla terza. Yewande voleva stare sola, Anna voleva stare in compagnia, Tagliabue voleva fare presto. Yewande sedeva al finestrino, Anna all’angolo vicino alla porta, Tagliabue di fronte ad Anna. Yewande tornava dal lavoro, Anna andava dal padre e dal fratello, Tagliabue si chiedeva ancora una volta se il viaggio per quel funerale non fosse un ennesimo sbaglio.
    Dentro, lo scompartimento esalava odore di plastica vecchia e di pavimento mal lavato. Fuori, contro muri color carne morta, glicini e rose sprigionavano profumi viola e gialli.

    VIAGGIO PER LA PALESTINA
    Alia Alloh
    Palestina
    Premio Speciale Rotary Club Torino Mole Antonelliana

    Leggendo la storia di questa terra e andandoci per la seconda volta da quando sono arrivata in Italia  ho capito che la Palestina ha un suo fascino e un profondo significato. La Palestina è il cuore del mondo. Nei vicoli di ogni paese sono passati grandi profeti e in ogni più piccolo luogo c’è la memoria dei nostri antenati. Questa terra è unica.
    Tutti i paesi del mondo hanno laghi, fiumi e montagne che ne stabiliscono i confini. Ma fra Nazareth e Gerusalemme non esistono divisioni. Si può passare da una città all’altra percorrendo terre che fanno parte di un insieme, di un unico paesaggio: qui la natura non ha creato frontiere.
    Le frontiere e i confini in questa terra non sono mai esistiti se non da quando li ha creati l’uomo.

    RICORDI ALLA MENTA
    Veronica Orfalian
    Armenia
    Premio Speciale Slow Food – Terra Madre

    Iskuhì era seduta sul tappeto con le mani sulla pancia del cane di casa e Aram sedeva sul divano in silenzio. Il viso di Manik si rigò di lacrime, le mancava suo marito, le mancava il sole, i rumori della gente del mercato, gli odori di cumino e spezie che provenivano dalla strada. Il telefono finalmente squillò, si precipitò a rispondere. Era suo marito che dopo lunghe ore di attesa finalmente era riuscito a prendere la linea. Attraverso il telefono, la voce dell’uomo riscaldò il cuore della malinconica Manik, riportando tanta felicità sul volto di Aram.
    Mi spiegò che quell’espressione di momentanea gioia sul volto del figlio l’aveva emozionata e ogni tanto le ritornava in mente: non sono forse i bei ricordi capaci di donare consolazione in momenti difficili?

    BURRNESHA
    Leoreta Ndoci
    Albania
    Premio Speciale Torino Film Festival

    “Scorrono come le pagine di un libro i miei ricordi. Dodici anni fa ho scelto di essere una ‘burrneshe’. Ho scelto di vivere da uomo nel corpo di una donna. Ho scelto di essere donna-uomo. Oggi avevo voglia d’amore e nessuno che me ne desse. Oggi ho baciato un uomo. Oggi ho spezzato un giuramento d’onore ma ho scoperto il sentimento più nobile che esista. Questa passione, sentimento estraneo per me spegnerà il cuore di qualcuno.”
    Sono nata settimina. Un parto facile e inaspettato, avevo fretta di venire al mondo. Poche ore prima della mia nascita la mamma è andata a prendere l’acqua alla fonte, circa mezz’ora da casa. In  quei momenti mi sentivo amata e felice. Durante il tragitto mi faceva una carezza e io la salutavo con un calcio. Era il nostro saluto quotidiano.

    LETTERA POSTUMA A MIA MADRE
    Simone Silva
    Brasile
    Premio Giuria Popolare

    Carissima mamma,
    Come stai, angelo mio custode? Scusami se questa volta ti scrivo in italiano e se ti do del TU. Immagino che nell’aldilà non esistano barriere linguistiche e che riuscirai comunque a capirmi. Quanto al TU non intendo mancarti di rispetto, ma qui in Italia, tra genitori e figli, è naturale e per questa volta ti chiedo il permesso di infrangere la regola per una maggiore confidenza tra noi.
    Da quando hai trovato dimora nell’aldilà, il mondo mi è crollato addosso.
    La vita ti ha dato l’eterno saluto nel momento in cui più avevo bisogno di te. È stata una separazione violenta, repentina, dura da accettare. Non eri più lontana solo centinaia di miglia marine, a separarci c’era l’infinito, l’irraggiungibile. Ora la nostalgia non conosce confini, né può alleggerirsi con un semplice viaggio nella mia terra d’origine. I nostri mondi si sono allargati e distanziati ancora più di prima e non posso che sentirmi prigioniera dei ricordi.

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